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TEATRO DEL BEL CALCARE

teatro calcare panoramica alta

GENEALOGIA

Il Teatro del Bel Calcare, più neolitico che neoclassico, più disordine dionisiaco che ordine apollineo, è il frutto dei sedimenti dell'era giurassica, al tempo in cui le ammoniti coprivano il pianeta ed il mare Cesuna.
Questi esseri mostruosi si erano così perfezionati nelle scienze spiraloidi, diventando potenti, arroganti e superbi, da volersi sostituire alla divinità stessa che li aveva creati.
Col tempo però scomparvero misteriosamente, sembra che per sopravvivere fossero costretti a divorarsi tra loro, fino all'ultimo respiro...e giro di spira.

Questi luoghi emergono qua e là facendo capolino tra la cotica erbosa e vengono chiamati Città di Roccia o Città di Sfingi, con un evidente richiamo a misteriose civiltà del passato.
Da bambino passavo giornate intere a giocare e fantasticare in questi luoghi magici sparsi un po' dappertutto; il più vicino, più esteso e bello, ai Platten, un enorme acrocoro che si vede sul colle là in fondo; un altro anfiteatro si trova vicino allo stagno dello Zea, il più frequentato all'Urst vicino al Campo sportivo, il più lontano e meno conosciuto sulla cima delle Git, ai confini di Caltrano. Ora sono tutti ricoperti dal bosco e dai rovi.

Sembra che il mondo delle ammoniti, da cui derivano, ne abbia determinato le forme circonvolute: un groviglio di percorsi spiraliformi che ci riconducono al labirinto archetipico fatto di roccia, terra, e modellato dal mare, per guidarci ed evolverci verso conoscenza e sacralità.

Secondo la credenza popolare in questi luoghi appartati, favoriti da un particolare clima e con la presenza di alberi secolari e grotte misteriose, vivono le Zeleghen Baiblen, le Beate Donnette, le Ninfe buone o cattive a seconda dei casi.
Le anziane da bambino mi dicevano “Sta 'tento Ostarelo a passar de là, parché se te vede le Zeleghen Baiblen, te toca baxarghe el culo pien de broxe”.

PAESAGGIO

Il paesaggio che vedete è frutto di una storia millenaria di oculata gestione e pulizia del territorio; un lavoro tantalico, giornaliero, di livellamento per rendere l'aspro e roccioso bosco un lindo pascolo per gli armenti.

E come molti manufatti del passato, di cui non riusciamo più a riconoscerne l'origine, questi luoghi sono diventati delle cave da cui estrarre materiali per altri edifici: un Colosseo di lastre di pietra innalzate, impiantate nei pascoli a disegnare nuovi percorsi e strade per contenere gli armenti, per dare linfa ad una nuova città all'aperto, una città di stoan platten.

Le mie città di roccia sono sepolte come le città maja nello Jucatan, le città kmer in Cambogia, come Ercolano e Pompei. Così mi sono trasformato in archeologo scavatore.
Sotto la cotica erbosa dormiva un gigante, lo sentivo, ne riconoscevo le ginocchia, la punta dei piedi il grilletto saltarello che gli zoccoli delle mucche avevano scoperto col loro calpestio.
Così da scultore mi sono trasformato in scopritore, senza scolpire o aggiungere qualcosa, ma mettendo in luce quello che già c'era.

Ho tolto il superfluo, terra argillosa facilmente malleabile, a cui ho dato la forma di un grande cordolo protettivo con due protuberanze al centro, Argilla e Pantano, a forma di dromos greco, ad indicare l'unica via di accesso, come nel monumentale ingresso della tomba micenea e di altri siti neolitici sparsi nel mondo.

Questi luoghi, questi circhi di roccia, che tanto ricordano i teatri greci, hanno già attirato l'attenzione di scrittori come Luigi Meneghello e Giovanni Comisso.

Meneghello ha soggiornato a Cesuna da bambino, ed è rimasto talmente attratto e intimorito dal nostro paesaggio da scriverne dettagliamene in età matura. Durante la Resistenza si è rifugiato su queste montagne a combattere da ribelle partigiano e lo definisce “Il più bel paesaggio che conosco” Questa visione ce l'ha nel momento più drammatico della sua vita, quando sta fuggendo a piedi scalzi inseguito dai nazifascisti e si salva infilandosi in una di queste fenditure, kubale salvifiche che tanto lo avevano attratto da bambino.

Anche Comisso ha soggiornato a Cesuna più volte, rimanendo colpito dal nostro paesaggio e scrivendone alla pari di Meneghello.
Nei suoi scritti, raccolti in “Veneto felice”, associa il bisogno del sale dei bovini all'origine della terra, quando era fatta solo di acqua e sale.
Ma anche lui quassù sarà costretto a dividere questi momenti felici col dramma peggiore della sua vita, la perdita di un grande amore, un giovane giustiziato per errore dai partigiani locali, che segnerà per sempre la sua vita.

CARTOGRAFIA

Il metodo per mappare questi luoghi era un segreto custodito e tramandato di padre in figlio, come tutto quello che veniva associato alla durevolezza della pietra. L'estrazione stessa delle platten veniva fatta in forma rituale, una tradizione che col tempo si è perduta assieme al suo significato; del resto l'incredibile lavoro di livellamento dei massi dell'Altopiano, non può ridursi ad una questione esclusivamente pratica, legata all'estensione del pascolo.

L'impulso, e il desiderio irrefrenabile che mi ha preso di scendere in Kugola e scavare viene da un richiamo ancestrale originato dalla perdita del padre nel 2007, una rabbia che ho sfogato scavando senza interruzione per una settimana.
L'idea di entrare-tornare nella terra mi perseguita forse dalla nascita; è un istinto abbastanza comune come quello di innalzare qualcosa sulla sua superficie.

Picco e badile...venti badilate una carriola, venti carriole una giornata...

La prima cosa ad emergere è stata la fragile punta dello Gnomone che faceva capolino tra l'erba; troppo tardi per sostituire il picco con la picozza per non rovinarla,
Erano secoli che lo Gnomone attendeva che qualcuno liberasse la sua asta per tornare eretta, e indicarci il sorgere del sorgere del Sole sul Sisemol di Gallio. Durante il solstizio d'estate, il sole entra direttamente nel Dromos e lo illumina senza procurare ombre.

Lì davanti ho cominciato ad accumulare la terra, argilla più o meno purificata dallo scorrere delle acque pluviali tra gli strati calcarei e il lento lavoro dei lombrichi.

PALCOSCENICO

A proteggere l'ingresso i due guardiani, Argilla e Pantano, due bastioni tutori del luogo, due colossi di terra rinforzati da tronchetti di maggiociondolo, fittamente impiantati perché radicassero e ci restituissero la fioritura dei loro grappoli dorati ad ogni solstizio estivo.
Argilla e Pantano proteggono e delimitano un corridoio di accesso di 10 metri di lunghezza, alto due, a misura di carriola, come un Dromos greco, a imitare e indicare il vuoto gnomonico della conoscenza.

Spettatrici le mucche, ha cominciato a svelarsi un labirinto in attesa del Toro.

In seguito sono comparse le varie placche del palcoscenico, tanti palchi teatrali residuo delle Torri di Baiblen, di una precedente città di roccia turrita, progressivamente demolita nei suoi strati per recintare la strada che sale dalla Volta Oscura, la Tunkela Kear sul Ghelpach: una delle strade maestre dalle quali sono saliti i coloni delle Cà Nove per fondare Kan Züne, Cesuna.
Sul Platten palco è ancora visibile l'impronta rettangolare lasciata dall'estrazione della grande lastra che contorna la strada di fronte l'ingresso del Teatro.
Nel palco Scalpello le scalpellature sono ancor più evidenti, come le tracce dei mostri ammonitici, che emergono qua e là nei palchi Centimani, Saltarospo e Lupo Stanco.
Un'opera la loro di metamorfosi, integrandosi e pietrificandosi nella materia lapidea, contrapposta a quella invertebrata dei lombrichi nella terra.
Lentamente è emerso il dedalo di passaggi sotterranei che completano la macchina teatrale del vero palcoscenico: Strettina, Strettona, Strettorta...

Il luogo ha qualcosa di mostruoso, determinato dall'enorme palcoscenico dall'aspetto decisamente osceno; una macchina teatrale uterina che come da una betoniera turbina, espelle e relega orchestrali e spettatori nella platea tra la terra, in una ristretta buca dell'orchestra con un'unica fila di poltrone distinte, divise in due ordini, Curva Sud e Curva Nord

PLATEA

La Curva Nord, la prima ad emergere, è il punto da cui seguendo dei gradini si sale al Pulpito, la più emergente delle Torri di Baiblen; da lassù, come in tutti i labirinti, si possono guidare i visitatori al cuore del percorso.
Le radici del grande faggio cresciuto a fatica tra le rocce ne determinano il confine nord, un baluardo disseminato di faggiole, i frutti che in tempi di carestia potevano nutrire i montanari.

La Curva Sud è più recente e gran parte del merito del suo scoprimento va ai ragazzi africani, ospitati a Cesuna per un paio d'anni, Kelly, Sonsoh detto Sansone, Lucky, Obescu, Kaigi, Moham...provenienti da Nigeria, Ghana, Gambia, Senegal, paesi sub sahariani affacciati sul Golfo di Guinea.
Nell'articolato Arcipelago del Delta, tra il Lago di Crea, l'Ippopotama e la Piazza delle Carriole, una serie di insidiosi isolotti ci complica il passaggio verso la Via Lombrica e il Posto delle Fragole.

Proprio nel deserto del Sahara e sulle montagne dell'Atlante che vi si affacciano, ho imparato ad impastare e modellare l'argilla con lo sterco per costruire, ho imparato come si viveva nelle nostre montagne un tempo, rispettare e ascoltare gli anziani, camminare lento tra i sentieri dei lavori di un tempo, pulirli rendendoli percorribili, e rispettarne gli antichi nomi depositari della storia.

Tutto intorno alla staccionata, le giovani manze spettatrici, i miti bovini, attendono pazienti che si concluda l'ultimo atto dello spettacolo, l'eterno conflitto tra il loro Minotauro e il nostro Teseo.

Giorgio Spiller

PS: testo tratto “Vagito”, in occasione dell'inaugurazione del Teatro del Bel Calcare a Cesuna, Altopiano dei Sette Comuni (VI), 26/8/2017.

La mappa è stata disegnata da Luca Zamoc ed è reperibile presso il bar Lèmerle di Cesuna.

 

 

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